guardare fin dove si riesce a vedere
Ma non guardare e basta è una scelta anche inutile, lo so. Anche per questo ho pensato di non limitarmi al silenzio e di cercare e di trascrivere testimonianze diverse, che raccontino la realtà per come è vissuta da chi è stato prima nelle tende delle tendopoli e adesso è mandato a vivere altrove, a volte a chilometri di distanza, lontano dalla propria città e dai propri amici. Ho trovato questa che riporto qui sotto; ma ce ne saranno sicuramente altre. E mi piacerebbe che potessimo raccoglierne qualcuna, anche solo due o tre, anche solo per dirci che non abbiamo smesso di cercare di capire come stanno davvero le cose.
Aspetto vostri link e contributi insomma. Per dirci che non stiamo soltanto chiudendo gli occhi davanti alla tv di Bruno Vespa; stiamo soprattutto cercando di guardare più lontano, di vedere un po’ meglio.
Mi incontro con Maria (uso un nome di fantasia perché la situazione non è tranquilla…).
Maria è una mia carissima amica dell’Aquila che da quel maledetto 6 aprile ha trovato collocazione nella tendopoli di Piazza d’Armi. Questa è stata la tendopoli più numerosa (si sono sfiorate le 1800 persone!), ma anche la più problematica, dove si sono ritrovate le realtà più disparate: stranieri di diversa etnia, anziani, famiglie con bambini, disabili, tossicodipendenti, ecc..Maria, la mia amica, è una persona tranquilla, gentile anche nel modo di esprimersi, sempre pronta a darsi da fare per gli altri, tanto è vero che era diventata un punto di riferimento nella “comune” della tendopoli.
Le chiedo di raccontarmi quello che è successo la settimana scorsa, quando hanno eseguito lo smantellamento. Lei mi dice che nessuno sapeva alcunché di ufficiale, anche se loro qualcosa l’avevano intuito: alcuni servizi igienici dismessi, associazioni di volontariato che andavano via, la pressione dei mass media…
Poi, a partire da mercoledì 2 settembre, il proclama ufficiale da parte di “quelli della Protezione Civile Nazionale” (quindi, non dai tanti volontari che fino al giorno prima si sono prodigati per assistere sotto ogni punto di vista tutta quella gente): di lì alla domenica successiva in tenda non ci sarebbe dovuto rimanere nessuno.
Ed è cominciata la “deportazione” .
Si presentavano nelle tende due persone delle forze dell’ordine (carabinieri o guardia di finanza con un addetto della protezione civile) e uno psicologo del campo annunciando agli occupanti che dal giorno successivo (in alcuni casi nella stessa giornata!) sarebbero andati a…. (continua qui)
Ma vale la pena di leggere anche questo, questo e questo. Per dubitare, se non altro.